Venerdì – Sabato – Domenica

VENERDì

     I riti del venerdì sono entrati a far parte della festa in un momento successivo. La prima testimonianza scritta ci viene fornita da Maria Pia Cimino negli anni Trenta:

Nelle ore pomeridiane del venerdì arrivano le musiche dei paesi vicini, che allietano gli abitanti sino a tardi. (Cimino 1933 : 87).

Ancora oggi l’inizio della festa coincide con “l’entrata delle bande musicali” in città. Queste cominciarono a far parte della festa già dalla metà dell’Ottocento (Di Giovanni 1885: 108).

banda musicale

In questo giorno si distinguono due diverse organizzazioni dei cortei: il primo, Entrata delle bande musicali, parte da “Porta Teatro” ed arriva in via Kennedy; il secondo corteo, Entrata dei simboli e del carroccio, si riorganizza in via Kennedy ed arriva davanti alla Chiesa Madre.

Verso le diciotto i quattro ceti si radunano a “Porta Teatro”, ognuno con la propria banda musicale, e si recano in corteo, a piedi, verso la piazza principale, ad  un quarto d’ora di distanza l’uno dall’altro.

L’entrata in piazza Duomo segue sempre lo stesso ordine di sfilata: i Schitti, poi i Picurara, i Burgisi con il sottoceto de i Vurdunara e, infine, i Masci. Il gruppo degli Sbandieratori accompagna la Maestranza ed il Tataratà chiude il corteo.

Il corteo del primo, quello dei Celibi, è aperto da tre fanciulle affiancate in costume secentesco. Quella centrale regge il piccolo stendardo, riproduzione del più grande simbolo del ceto, mentre alle due estremità le altre reggono uno dei due cordoncini che scendono dallo stendardo ed un mazzo di fiori bianchi.

damigella

Altre damigelle, sempre in abito secentesco, seguono disposte su due file, portando altri mazzi di gigli e garofani bianchi.

In mezzo, la corona di fiori sorretta da due giovani precede lo Stendardiere. Questi, affiancato dai propri familiari, porta un grande mazzo di fiori.

corona di fiori

Segue, subito dopo, il corteo dei Pecorai, del tutto simile a quello dei Celibi e a quello dei Borgesi. Nei cortei dell’entra delle bande, i tre ceti si presentano senza alcun simbolo.

il ceto della Real Maestranza presenta una struttura organizzativa più complessa. Apre il corteo una corona di fiori, sorretta da due membri del comitato, che precede la banda. Seguono i due gonfaloni della Città e il gruppo degli Sbandieratori, anch’essi in costume seicentesco, disposti su due file. Le figure del Principe e della Principessa precedentemente descritte sfilano all’interno del corridoio formato dalle due file di Sbandieratori.

Chiudono il corteo i tre ufficiali: al centro il Capitano, l’Alfiere alla sua destra ed il Sergente a sinistra, seguiti dai familiari.

Di fronte alla Chiesa Madre ogni ceto depone un omaggio floreale ai piedi del Monumento ai caduti della prima guerra mondiale. La deposizione delle corone di fiori avviene in modo del tutto convenzionale: gli ottoni della banda suonano tre squilli, al termine dei quali parte una breve sfilata dei rappresentanti del ceto, che avanzano solennemente con i fiori.

Nel frattempo gli altri gruppi aspettano impazientemente il loro turno; anch’essi depositeranno i fiori seguendo le stesse modalità del primo ceto. Questo, viene considerato un’aspetto importante della festa, durante il quale si assiste alla presentazione dei ceti; è un momento di commemorazione dei caduti, quasi a voler chiedere la loro benedizione per la festa che dovrà svolgersi e, in un certo senso, renderli anche “partecipi” dell’avvenimento.

Il Tataratà chiude questo primo momento della festa, depositando la propria corona di fiori. Due membri del gruppo, accompagnati dal suono del tamburo, avanzano con la corona attraverso un corridoio creato dagli altri danzatori.

     Finita la cerimonia degli omaggi floreali ai Caduti, tutti i gruppi si radunano in via Kennedy, la strada che oggi porta al santuario di santa Croce sul monte Pecoraro. Qui è pronto il carroccio, tirato da due buoi e decorato con rami di mimosa, che porta una riproduzione fedele della Croce.

Alle ventuno, la processione muove lungo l’itinerario che conduce in piazza Duomo. L’ordine è sempre lo stesso ma la processione è certamente più composita che non i cortei all’entrata delle bande. Ogni ceto, infatti, ha il suo simbolo maggiore, che sarà depositato in Chiesa Madre, e il carroccio con la Croce disposto davanti la Chiesa di sant’Antonino, dove rimane durante la festa e da dove viene rimosso non cerimonialmente la sera del sabato e della domenica per essere portato in prossimità del bivio Valigio, da dove parte solennemente per seguire l’ultimo giro notturno della città (Pasqualino 1981: 171).

I ceti, dopo aver depositato i loro simboli all’interno della Chiesa Madre, si dirigono verso le abitazioni dei palianti nelle quali avrà luogo un ricevimento aperto a tutti. A spese dei palianti, vengono imbanditi ricchi banchetti a base di bibite, dolci e un grande buffet. I solisti della banda musicale animano l’evento, improvvisando le ballabili (vedi paragrafo Il repertorio bandistico).

     I festeggiamenti del venerdì si concludono con le tradizionali “aste” durante le quali è possibile acquiatare “i posti” più prestigiosi nella cavalcata del sabato e della domenica.

La differenziazione tra i ceti è evidente anche nell’organizzazione delle aste. Infatti, l’asta del ceto della Maestranza viene fatta il giovedì, quella degli altri tre ceti il venerdì.

     Nel passato, le aste avvenivano presso le abitazioni dei cassieri dei ceti, ma il crescente numero di coloro che vogliono parteciparvi o semplicemente assistere ha costretto gli organizzatori a ricercare luoghi capaci di ospitare tutti: difatti, oggi, le aste si svolgono all’aperto o in locali pubblici (Taibi 1994: 72).

     A suscitare l’interesse di coloro che assistono alla singolare competizione sembrano essere le ingenti somme pagate per l’acquisizione dei posti più ambiti e la mimica e i motti che accompagnano l’azione del banditore, fedele ad un ben preciso rituale.

L’ordine di sfilata dei cavalieri in ogni ceto viene dettato dall’esito delle aste. In ognuno di essi vi è un nucleo centrale denominato naca, nel quale prendono posto tutti quei cavalieri che hanno pagato solo la “deputazione”, ossia la quota sociale. Dietro la naca sfilano i posti di maggior prestigio che vengono acquistati solitamente da chi possiede un cavallo, mentre più raro e pericoloso è far sfilare tra questi una giumenta. Particolare attenzione viene posta affinché le giumente stiano ben distanti dai cavalli, che potrebbero essere eccitati dalla loro presenza.

La  naca viene delimitata da i quattro davanti (i dei cavalieri affiancati che precedono), i quattro di dietro e i due davanti i quattro di dietro (i cavalieri affiancati che chiudono il nucleo centrale).

Oggi, i quattro davanti non vengono più messi all’asta, ma assegnati gratuitamente per cortesia a quattro ragazze o, come nel caso dei Borgesi, a quattro anziani.

Questo criterio di disposizione, in realtà, vive soltanto nella memoria degli anziani. Oggi è difficile trovare due cavalli affiancati, il corteo consiste sostanzialmente in un semplice avvicendarsi di cavalieri, l’uno dietro l’altro.

     Da un palco sopraelevato, i banditori, ogni qualvolta si compie l’assegnazione di un posto, invitano a bere tutti i partecipanti formulando la famosa acclamazione “dammucci a viviri – evviva santa Cruci!” [offriamogli da bere, evviva santa Croce!] rivolta all’assegnatario.

     Fino a qualche tempo fa, per scandire il tempo di ciascuna offerta si ricorreva al metodo del cerino: il banditore, ad ogni nuova offerta accendeva un cerino; l’offerta successiva doveva essere fatta prima che questo si spegnesse, altrimenti, lasciava cadere il martello e aggiudicava il posto.     

     L’asta del ceto dei Pecorai è quella più importante, perché mette in palio il posto più ambito, quello dello staddunaru che è, o dovrebbe essere, l’unico stallone ammesso in tutto il corteo. Tutti gli altri cavalieri dovrebbero montare giumente o castrati. Oggi altri stalloni sono presenti nelle sfilate dei rimanenti ceti, mai però tra le file dei Pecorai.

staddunaru

Per dare qualche cifra, nel 1978 il posto dello staddunaru è stato pagato quattrocentocinquanta mila lire (Pasqualino 1981: 171); nel 1993,  tremilioni e mezzo di lire; nel 1994, quattromilionicentomilalire (Taibi 1994: 73); nel 2005  tremilaseicentoeuro, pari a lire .

     Altro posto importante è quello del masciu cerimonia (maestro cerimoniere) che ha il compito di tenere l’ordine nella cavalcata. Può spostarsi avanti e indietro nella cosiddetta naca, a differenza degli altri  cavalieri che devono mantenere rigorosamente i posti loro assegnati.

     I maestri cerimonieri acquisiscono il posto per miritu di cuppu, cioè, per la maggiore somma di denaro raccolta nella questua del sabato mattina.

SABATO

Durante la mattina le bande musicali di ciascun ceto girano per il paese con alcuni membri del comitato e della deputazione. Questi ultimi fanno la questua, gareggiando a chi riesce a raccogliere la somma maggiore per ottenere il già citato posto di maestro cerimoniere.

Il giro del sabato mattina non ha un percorso rigido, ma è determinato dalla posizione delle abitazioni nelle quali la banda si reca per le promissioni, i piccoli ricevimenti a base di caffè, bibite e dolci, offerti ai membri del ceto ed alla banda, come voto di ringraziamento alla santa Croce.

Il sabato è il giorno riservato alla cavalcata del ceto delle maestranze. Il fatto che sia il giorno riservato ai Masci, può essere interpretato come un privilegio legato a ragioni sociali o come un segno di subordinazione. Pitrè in Spettacoli e feste sostiene che «le maestranze cavalcano prima proprio perché rappresentano il ceto più importante» (Pitrè 1881: 74). Secondo l’altra ipotesi, la più diffusa tra i castelterminesi «la grandiosa cavalcata del sabato cui partecipa da sola la Maestranza, avviene per significare che gli altri ceti, allora come oggi, si trovavano occupati nelle faccende agricole e intervenivano al pellegrinaggio nel successivo giorno di domenica» (Di Simone 1954: 25). Altri ancora sostengono che le maestranze furono escluse dalla cavalcata più importante della domenica, riservata ai ceti rurali ai quali va il merito per il ritrovamento della Croce.     

     Il sabato pomeriggio, fino a notte inoltrata, si svolgono tre giri di processione a cavallo.

     Verso le diciotto, inizia il primo giro di “ricognizione” delle maestranze. Si parte dalla sede del ceto, in corso Umberto, e si fa un primo giro senza i tre ufficiali (Alfiere, Capitano e Sergente); il gruppo di partenza all’inizio è scarno,  pertanto si evita di passare dalla piazza principale. Gli altri cavalieri e membri del ceto si uniscono alla cavalcata man mano che questa passa vicino alle loro abitazioni.

     Il comitato, la banda, i tre simboli del ceto (un gonfalone col simbolo della città; un altro con lo stemma della famiglia Termini fondatrice del paese; infine una Croce di metallo dorato), gli Sbandieratori, il Principe e la Principessa, i cavalieri, si recano in ordine a prelevare prima il Sergente, poi l’Alfiere e infine il Capitano.

     Il prelievo avviene in modo del tutto convenzionale: dai balconi delle proprie abitazioni, adornati con le più belle coperte da letto, i tre ufficiali si affacciano salutando la folla e mostrando le insegne, per poi uscire tra le file degli Sbandieratori, schierati davanti la porta d’ingresso in modo da formare un corridoio. L’azione viene accompagnata dal suono della banda musicale che esegue la  Ritirata (vedi paragrafo Il repertorio bandistico). Quindi, montano a cavallo e si uniscono al corteo.

     Dall’abitazione del Capitano, il corteo si dirige con tutta la cavalcata verso la Chiesa della Madonna del Carmelo, nella quale tutti i presenti ricevono la benedizione.

     Al termine della messa, nel piazzale antistante si svolge l’esibizione degli Sbandieratori con il “solo” dell’Alfiere a cui viene riservata una esibizione personale: accompagnato dal ritmo del tamburo, si cimenta nel più tradizionale gioco della bandiera.

     Il piazzale della Chiesa del “Carmine” può essere considerato punto di partenza per il secondo giro. Da questo sito, la cavalcata delle maestranze si dirige verso la piazza principale, preceduta dagli altri ceti che avanzano a piedi, con le bande musicali e i loro simboli.

Vera e propria arena è la piazza Duomo, dove maggiore è lo spazio a disposizione e dove la folla festante è disposta sulle gradinate collocate per l’occasione nel lato sud, e sui gradini della Chiesa Madre, pronta ad applaudire i cavalieri più bravi ed i cavalli più belli, ma anche a fischiare i cavalieri più crudeli e violenti nei confronti dell’animale che li porta in groppa. Alcuni mettono in mostra la loro abilità e bravura nel fare impennare i cavalli e nel far fare loro le evoluzioni più spettacolari.

Partecipano alla cavalcata, montando piccoli pony, anche i bambini, accompagnati dai parenti.

Sempre nel cuore della piazza, ciascuna banda musicale si ferma per qualche minuto, suonando le migliori marce del proprio repertorio. Da qualche anno si preferiscono marce con sonorità spagnole, che ben si adattano al contesto della cavalcata.

Il corteo prosegue con l’esibizione degli Sbandieratori in piazza Duomo, e si conclude con quella del gruppo del Tataratà, che chiude il secondo giro.

     Alla fine del secondo giro, i cavalieri si recano fino alla Chiesa di santa Croce, a tre chilometri dalla città, sul monte Pecoraro. Anticamente questo percorso veniva fatto a cavallo. Ora si lasciano i cavalli a casa e si va fino all’Eremo in automobile, o in pullman. Qui, davanti alla Chiesa dove si conserva la Croce vera, quella antica, si celebra una messa, seguita da uno schaticchiu, uno spuntino in piedi a base di vino, uova sode e carciofi (Pasqualino 1981: 173).

Per dare qualche dato e per dimostrare il grado di partecipazione al banchetto, ogni anno i Masci distribuiscono circa settemila uova, altrettanti carciofi ed una botte di trecento litri di vino.

     Il terzo giro inizia dal bivio Valigio, la parte alta del paese, conosciuta anche come “Convento”. Intorno alle ventidue e trenta tutti i ceti si riuniscono: Celibi, Pecorai e Borgesi a piedi, i Masci vanno a cavallo. Partecipano all’ultimo giro anche il clero con baldacchino e Reliquia della Croce. Segue, subito dopo, il carroccio con la copia della Croce.

     Dal bivio Valigio si ripete il giro della città per ritornare in piazza Duomo, dove hanno luogo, come nei due giri precedenti, le esibizioni dei cavalieri, delle bande, degli Sbandieratori e la danza conclusiva del Tataratà.

     I festeggiamenti del sabato si concludono nelle abitazioni dei palianti, dello stendardiere e del Capitano, dove vengono offerti gli ultimi rinfreschi della giornata.

DOMENICA

La domenica costituisce la giornata conclusiva dei festeggiamenti. È il giorno riservato alla cavalcata dei tre ceti (Celibi, Pecorai e Borgesi), le maestranze vanno a piedi. La giornata inizia con una fiera di bestiame e di attrezzi agricoli, dove è possibile anche comprare, vendere o affittare i cavalli per partecipare alla cavalcata.

     Verso le nove e trenta i membri dei comitati, accompagnati dalle bande musicali, si radunano presso lo stesso luogo dove si è svolto il momento conclusivo del sabato, cioè a casa dei Palianti, dello Stendardiere e del Capitano per la tradizionale colazione.

     Fino al 1997, dopo il caffè, i picurara e i burgisi andavano a prelevare i Palii a casa del cassiere per portarli alla Matrice, gli schietti andavano a prendere il loro stendardo nella Chiesa della Passione e lo portavano in processione, guidati dall’arciprete fino alla Matrice (Pasqualino 1981: 173).

     Oggi, i simboli dei ceti vengono portati alla Matrice la sera precedente. Dalla Chiesa della Passione, la processione solenne parte seguendo l’ordine consueto, senza simboli, dirigendosi verso la Chiesa Madre, dove si celebrerà la tradizionale “Messa dei Palii”.

     La benedizione dei simboli dei ceti è un rituale molto suggestivo: tre squilli di tromba annunciano il momento della Consacrazione del Pane e del Vino. Davanti l’altare, quasi avvolto dalle bandiere alzate degli Sbandieratori, l’Alfiere, il Capitano e il Sergente, in ginocchio, innalzano la bandiera, la spada e la lancia in direzione del celebrante. Il rito si conclude con la benedizione dei due Palii e dello Stendardo.

A mezzogiorno, alla fine della messa, escono  nell’ordine: lo stendardo dei Celibi, i due Palii dei Pecorai e dei Borgesi, i gonfaloni e la Croce dorata delle Maestranze. Ognuno di essi viene salutato con lo sparo di mortaretti, la musica della banda che esegue l’inno Pontificio e gli applausi della folla.

Escono per ultimi i simboli della maestranza. Qui la maschiata (sparo di mortaretti) ed il suono della banda accompagnano l’uscita dalla Chiesa, tra le due file di Sbandieratori, del Principe e della Principessa, dei gonfaloni del ceto e della città con, al centro, la Croce dorata e, dietro, i tre ufficiali. Dalla Matrice il corteo volge alla volta del vicinissimo Municipio, sul lato ovest della stessa piazza, per dare luogo ad una cerimonia che, per tutti, vorrebbe essere il segno della subordinazione della Maestranza alla autorità costituita (Taibi : 82).

I tre ufficiali avanzano verso il municipio con passo marziale, tra due file di Sbandieratori con le bandiere alzate. Seguono il Principe, la Principessa e gli altri simboli del ceto. Sottolinea l’evento la musica della banda, che suona sempre il simbolo sonoro dei tre ufficiali: la Ritirata, marcia della Marina Militare.

Dal balcone centrale del sindaco, gli ufficiali si affacciano mostrando al popolo le tre insegne (spada, bandiera e lancia). Il Capitano, saluta la folla con la spada. Questo momento ha una spiegazione di carattere politico poiché simboleggia la restituzione delle insegne, rappresentanti il potere, alla autorità cittadina da parte, appunto, della Real Maestranza (Lo Bue 1992: 33). Le insegne rimangono esposte per alcune ore.

Al termine della singolare cerimonia, il corteo si reca presso la sede della Maestranza, dove viene depositata la Croce dorata. Dopo una breve pausa, tutti i deputati e i membri del ceto sono invitati a casa del Capitano, il quale mostrerà la sua gratitudine, offrendo un ricco buffet a tutti i presenti.

Allo stesso modo, un banchetto viene imbandito anche nelle abitazioni dei Palianti e dello Stendardiere. Lì i simboli vengono esposti sul balcone o davanti al portone.

Nel pomeriggio, intorno alle sedici, iniziano i “tre giri” di cavalcata, proprio come nel giorno precedente. Questa volta, però, sono i “tre ceti” ad andare a cavallo. Tutti i deputati si radunano nei luoghi prestabiliti per il via al primo dei tre giri di cavalcata.

     Al primo giro il Paliante e lo Stendardiere partecipano cavalcando, ma senza i simboli, che saranno prelevati  all’inizio del secondo.

     Nel frattempo, alle diciassette, gli ufficiali, la banda, il comitato e gli altri rappresentanti delle Maestaranze, che si erano dati appuntamento presso la sede del ceto, in bell’ordine si recano al Municipio, dove riprendono le insegne, e ritornano al “Circolo” [sede del ceto] per un ricco banchetto, offerto a tutti i convenuti in onore del Capitano, dell’Alfiere e del Sergente.

Il secondo giro inizia verso le venti. Prende il via ufficialmente da Piazza Nino Bixio, luogo che rende più facile il raduno delle cavalcature. I tre ceti vanno a prelevare i propri simboli.

Il Paliante sale su una mula coperta da una gualdrappa bianca riccamente lavorata a uncinetto. Alla sua destra cavalca colui che sarà Paliante l’anno successivo e, alla sua sinistra, quello che sarà Paliante dopo due anni. Essi tengono due cordoni che pendono dai lati del palio e che servono a stabilizzarlo e a mantenerlo in posizione frontale (Pasqualino 1981: 174).

Ma oggi diventa sempre più difficile trovare chi si impegna a fare da Paliante negli anni a venire, ed anche se questo succede, diventa sempre più improbabile che il promittente affianchi il simbolo svolgendo questo ruolo: è “troppo” per chi ha anche voglia di divertirsi, esibendosi liberamente con il suo cavallo, e sa di doversi “sacrificare” anche nella festa successiva a portare il Palio e lo Stendardo.

Ciò fa si che, sempre più spesso, accanto ai Simboli vadano i cosiddetti porta cubaita (portatorrone), che, normalmente,  dovrebbero seguire nella sfilata. Si tratta di muli che, nei Borgesi e nei Celibi, vengono bardati come le cavalcature dei Bordonari, mentre nei Pecorai hanno solo una vardedda ed una capizza  di cuoio: questi, all’interno di virtuli trasportano il torrone che, oggi, viene distribuito ai soli deputati, ma che, una volta, veniva dato anche nelle scaticchiate, quale più prelibato dei cibi rituali (Taibi 1994: 86-86).

mulo porta torrone

Lo svolgimento della cavalcata della domenica di santa Croce è molto simile a quello del giorno precedente. Le differenze sostanziali sono: una più numerosa partecipazione di cavalieri, dato che i ceti che vanno a cavallo sono tre, e la partecipazione del ceto dei Vurdunara, i mulattieri, annesso al ceto dei Borgesi. Questi cavalcano solo muli o asini ricchi di bardature, campane e specchietti. L’andamento della cavalcata consiste nel lanciare gli animali in un disordinato galoppo in mezzo alla folla.

Il secondo giro si conclude con l’esibizione del Tataratà  nel cuore della piazza centrale, al termine della cavalcata.

     Il terzo giro inizia intorno alle ventitre dal Convento, il bivio Valigio, dove tutti i gruppi si incontrano per lo schaticchiu a base di uova e carciofi, offerti dai Palianti.

     In questo giro sfilano tutti i ceti con le torce, ripercorrendo lo stesso itinerario del secondo giro, preceduti da un prete a cavallo di un’asina bianca che conduce la reliquia della Croce di Cristo. In realtà, la figura del prete a cavallo è  oggi scomparsa; inoltre, il prete si unisce alla processione presso la Chiesa di San Giuseppe, percorrendo solo il Corso principale. In passato percorreva l’itinerario completo della processione. Il carroccio con la Croce chiude la cavalcata.

     Compiuto il percorso, si arriva ancora una volta nella piazza centrale, dove si ripetono le esibizioni dei gruppi e dei cavalieri. Alla fine le bande musicali accompagnano a casa i palianti, i quali offrono per l’ultima volta un rinfresco.

     La festa si conclude quando il comitato e la banda accompagnano il cassiere a casa, dove si discute fino a notte tarda.

IL LUNEDì DI SANTA CROCE E IL GIORNO DEL CORPUS DOMINI

     L’arco temporale della festa, è stato notevolmente dilatato. Nel corso del tempo si sono aggiunte numerose manifestazioni collaterali, comprese nel periodo che va dalla domenica di Pasqua alla quarta domenica di maggio. Oltre ai riti delle domeniche (vedi paragrafo I preparativi), altre manifestazioni si sono aggiunte durante tutta la settimana che precede il giorno più importante. Mi riferisco alla sagra del torrone, alla rassegna di cavalli che attira l’attenzione di gran parte della popolazione all’interno dello stadio.

     Altri importanti momenti rituali, si svolgono in due occasioni particolari, successivi alla festa: il lunedì dopo santa Croce ed il giorno  del Corpus Domini.

     Il lunedì mattina, viene celebrata una messa all’Eremo di santa Croce per il ceto dei Borgesi.

     Nel passato, la partecipazione al rito del lunedì, sembra essere stata una prerogativa dei Borgesi, i quali, al termine, si recano presso l’abitazione del paliante, per consumare assieme uova e carciofi.

     Nel pomeriggio i membri dei vari comitati sono impegnati nella distribuzione della cubaita, cioè il torrone, il lavoro continua fino a quando tutti i deputati non avranno avuto la loro parte.

     Nel “giorno del Signore” i ceti si riuniscono ordinatamente con i loro costumi, per partecipare alla processione Eucaristica. Per le vie del paese, nei diversi quartieri, vengono allestiti una serie di altarini per promissione, che circoscrivono il percorso e determinano le fermate dell’itinerario processionale.

     Da quest’ultimo momento, normalmente non accade che i membri dei Comitati si riuniscano, se non l’anno successivo per la consueta individuazione di coloro che dovranno assumere i ruoli maggiori nei giorni della festa.

     L’appuntamento ai ceti viene dato per la domenica di Pasqua, ma i membri dei comitati continueranno ad incontrarsi almeno una volta al mese.