Retrospettiva

UNA RETROSPETTIVA DEL PAESAGGIO SONORO FESTIVO

Nel corso della festa di santa Croce, oltre ai tammurina, la sonorizzazione dello spazio rituale viene fornito da quattro bande musicali (vedi paragrafo Il repertorio bandistico).  Diffusissime in Sicilia, costituiscono oggi, la forma sonora caratteristica di tutte le manifestazioni civili e religiose che si svolgono durante l’anno.

Secondo le testimonianze di Gaetano Di Giovanni, prima della diffusione delle bande musicali, i suoni caratteristici della festa li forniva, assieme ai tamburi, la bifaredda, antico strumento a fiato ad ancia doppia, antenato dell’oboe. Oggi di questo strumento non resta più nessuna traccia. Doveva essere uno strumento con notevoli possibilità timbriche ed espressive, capace di produrre suoni di forte intensità, se, come ci informa lo stesso Di Giovanni, alla fin fine non sapeva far altro che seguire le stridule note del tamburo (Di Giovanni 1885: 108).

La bifaredda era considerato lo strumento aulico delle culture che hanno sviluppato le civiltà cerealicole, cioè quelle società che regolano il loro calendario seguendo i cicli naturali (della vita e dell’anno): quella pastorale e quella contadina.

Importantissima la testimonianza del Di Giovanni che, a proposito della bifaredda scrive:

nei dintorni non c’era che un solo suonator di bifaredda (una specie di dolzaina od oboe rustico), ed era quello di Campofranco; quindi fortunato chi poteva accaparrarlo per sé; però egli ordinariamente prediligeva li picurara, sia perché egli era di loro condizione, sia anche perché i generosi doni di caci e ricotte non gli mancavano mai. Ricordo ancor io con quanta curiosità, ragazzo ascoltavo quell’unica bifaredda, oggetto di orgoglio ai picurara, d’invidia agli altri; la quale alla fin fine non sapeva far altro che seguire le stridule note del tamburo. Che progresso in 40 anni! Oggidì vanno 4, 5 e più bande musicali; e si nota a dito qualche ceto che per a caso in qualche anno non abbia la sua musica (Di Giovanni 1885: 108).

Al di là dell’aspetto puramente descrittivo, il passo sopra riportato è importante perché, ci mostra che, una comunità, come quella castelterminese, che viveva e vive in parte ancora oggi, in termini tradizionali, affida agli esponenti illustri della cultura musicale, la possibilità di sonorizzare in maniera pertinente, tutti gli spazi della musica tradizionale. Come dice Merriam «i musicisti hanno un comportamento sociale ben definito molto spesso perché devono uniformarsi a quella immagine che la società ha loro attribuito» (Merriam 1983: 133). Ed io aggiungerei un’osservazione al passo sopra riportato: quell’unica bifaredda, oggetto di orgoglio dei picurara, d’invidia agli altri; è palese l’importanza di questo strumento e il prestigio di chi lo suona, conteso da tutti i ceti, dato che   nei dintorni non c’era che un solo suonator di bifaredda […], ed era quello di Campofranco, l’unico rimasto, fatto venire appositamente da un altro paese. E allora perché è scomparso? Perché le bande musicali sostituirono la bifaredda?

Alla trasmissione nel tempo, specialmente se spontanea e orale, si accompagnano assai spesso modificazioni più o meno profonde della materia trasmessa; perciò al fenomeno della tradizione si associa strettamente quello che viene detto della innovazione (Cirese 1973: 90).

Per innovazione si intende «il complesso delle operazioni con cui si interviene su una situazione preesistente e dunque tradizionale […], introducendovi elementi che prima non c’erano, eliminandone qualcuno che c’era, o facendo ambedue le cose» (Cirese 1973: 96). Cirese distingue ancora l’innovazione dall’invenzione: «ambedue sono modificazioni della situazione esistente, ma la prima sarebbe piuttosto una trasformazione parziale di dati preesistenti, e la seconda invece la introduzione di elementi completamente nuovi» (Cirese 1973: 95-96). Ma ogni innovazione socialmente accettata va incontro ad un processo selettivo nel quale dovrà affrontare una vera e propria «lotta per l’esistenza»; a questo punto ciò che può offrire l’innovazione sarà messo a confronto con ciò che gli altri comportamenti possono garantire. Quando alla fine, l’innovazione avrà superato questo processo di selezione, allora verrà integrata con altri aspetti della cultura di cui diventerà parte funzionale (Merriam 1983: 300).

A Casteltermini, Di Giovanni, ci conferma che le bande cominciarono a far parte della festa intorno alla metà dell’Ottocento «sostituite queste da parecchi anni a qualche rara bifaredda, che solo prima si vedeva» (Di Giovanni 1885: 109).

«In Sicilia, e più genericamente nell’Italia centro-meridionale, la banda è a musica, la musica per antonomasia. Tale assimilazione di una entità concreta a un concetto astratto rappresenta significativamente l’irruzione della musica di tradizione scritta nei tempi e nei luoghi della vita popolare. Da quando nel secolo scorso le bande iniziarono a diffondersi – tanto in ambiente cittadino che paesano – si andò difatti formando una nuova categoria di specialisti in grado di sunari a musica (suonare la musica), cioè di eseguire “musica scritta”. Molto più che in passato si favorì quindi la diffusione presso i ceti popolari di brani di origine culta, che in modo sempre crescente sostituirono o affiancarono le sonorità che tradizionalmente connotavano il tempo della festa» (Bonanzinga 1999: 82).

Questo processo di modificazione della situazione esistente (la scomparsa delle bifaredde) deve essere analizzato, per congettura, ponendo la questione anche sul piano sociologico, in connessione cioè alle trasformazioni socio economiche verificatesi nel tempo.

     Ogni cultura è più o meno continua nel tempo, anche se è inevitabile che si verifichino modificazioni e variazioni; questo quadro generale può cambiare soltanto con l’intervento di qualche accidente storico o politico (Merriam 1983: 301).

     La musica è uno tra gli elementi della cultura più stabili. Alla base della scomparsa delle bifaredde, dovette esserci stato un profondo mutamento sociale, che a mio parere va individuato nella scoperta e lo sfruttamento delle miniere di zolfo e con l’arrivo dell’acqua potabile nell’abitato che favorì il sorgere delle prime attività industriali.

     L’attività estrattiva inizia a Casteltermini intorno alla seconda metà dell’Ottocento, fornendo un lavoro sicuro a centinaia di operai.

     Nello stesso periodo migliorano le condizioni di vita e si diffondono nell’abitato attività lavorative del tutto nuove. «Nell’anno 1880 la popolazione era progressivamente aumentata fino a raggiungere i novemila abitanti, le necessità di carattere alimentare e igieniche della popolazione, diventata sempre più insofferente, erano enormemente accresciute. E a quel punto l’amministrazione dovette pure tenere conto del sorgere di alcune nuove attività artigianali che necessitavano di quantitativi piuttosto rilevanti di acqua, come le concerie (cunzarìi) e i furnaciai (li canalara): i primi per la concia delle pelli, i secondi per la preparazione e cottura di numerosi prodotti in terra cotta divenuti di uso comune presso la popolazione per le varie necessità domestiche e nelle costruzioni edilizie» (Lo Bue 1984: 389).

     Significativa, a tale proposito la descrizione riportata da Vincenzo Gaetani in Trina Comunicazione nel 1885, nella quale è possibile scorgere la valenza economica della festa nel passato:

addirittura può chiamarsi il festino di Casteltermini e degli abitanti dei circonvicini comuni che v’intervengono, anco perché sanno che in quei giorni possono fornirsi colà di tutto ciò che forse non potrebbero trovare in una grande città, di oreficeria, dei tessuti, in una parola di tutto quanto trovasi nei grandi centri, per l’affluenza di negozianti di varie città dell’isola.

Tutte le botteghe ed i pianterreni della strada lunga della piazza sono cambiati, per circa un mese, a negozi di città. Basta dire che taluni bottegai, certi anni, in un mese, hanno ricavato più di quanto essi pagano per l’intera annata di pigione di quella bottega che per un solo mese essi hanno ceduto a qualche negoziante (Gaetani 1885: XVI).

Verosimilmente, il relativo benessere economico, portò uno dei ceti alla ricerca di nuove e più complesse forme musicali, per arricchire e abbellire il proprio corteo. In questo modo, le bande musicali, riuscirono a soppiantare definitivamente le bifaredde, come conferma lo stesso Di Giovanni:

oggidì vanno 4, 5 e più bande musicali e si nota a dito qualche ceto che per a  caso in qualche anno non abbia la sua musica (Di Giovanni 1885: 108).

Attualmente, le bande musicali impiegate durante la festa si sono ridotte a quattro: una per ogni ceto[11].

Manifesto tratto da La Croce paleocristiana e il Tataratà di Casteltermini

È probabile che la presenza della banda dipendesse dalle disponibilità economiche dei ceti. Pitrè in Fiabe novelle e racconti popolari siciliani riprendendo la descrizione fornitagli dal Di Giovanni, racconta: «sogliono gli artigiani raccogliersi quasi militarmente sotto i vari palii, ciascuno dei quali ha la sua banda musicale» (Pitrè 1881: 75).

Un quadro ricco di notizie interessanti, riguardo l’aspetto musicale-bandistico della festa nel passato, ci viene offerto da Maria Pia Cimino nel 1933 in U tataratà ossia la festa di santa Croce a Casteltermini:

Nelle ore pomeridiane del venerdì arrivano le musiche dei paesi vicini, che allietano gli abitanti sino a tardi (Cimino 1933 : 87).

Nella stessa opera, inoltre, viene descritta una pratica ormai scomparsa da tempo, anche se ancora qualche anziano musicante la ricorda con nostalgia: la musica a palco:

Mentre la cavalcata ritorna al Santuario, le musiche alternandosi suonano sul palco in piazza. I cittadini vi convergono tutti. Vi è un gran movimento, un gran sfoggio di abiti e di gioielli delle signore […] alle musiche che si sono rivelate le migliori viene regalata in premio la bandiera dell’alfiere e la lancia del sergente (Cimino 1933: 88, 90).

     Circa trenta anni dopo, Raffaele Grillo nel 1961, nella descrizione dei festeggiamenti del venerdì, scrive:

La serata viene allietata da una sfarzosa illuminazione e dalle musiche che si alternano a suonare su appositi palchi. Negli intervalli ha luogo l’esibizione del «tataratà» con lo strepitoso rullìo di tamburi. Al termine dei concerti i ceti, seguiti dalle rispettive musiche, accompagnano nelle loro abitazioni il Capitano, il Sergente e l’Alfiere […] (Grillo 1961: 22).

Oggi la pratica delle bande sul palco è decaduta, probabilmente per via delle contaminazioni dovute alla diffusione della musica di consumo: «la banda oggi si trova di fronte un uditorio – anche quello “di piazza” – molto condizionato dai mass-media e perciò in genere distratto, anche perché sta perdendo certe specifiche “competenze “ d’ascolto» (Pennino 2000: 79).

Tutto questo ci fa pensare che la musica bandistica si ascolta ormai solo se si è direttamente coinvolti nella produzione: se si assiste ad una processione, ad una festa di paese o al massimo se tra i musicanti suona qualche parente.

Nel periodo descritto dalla Cimino, le bande suonavano un repertorio lirico, composto da riduzioni orchestrali per bande. I pezzi più eseguiti erano le più belle pagine del melodramma italiano. In sostituzione delle voci, le parti delle arie venivano affidate agli strumenti solisti (flicorno Soprano in SIb; flicornino Sopranino in MIb; Eufonio; Trombone; Clarinetto ecc.).

Tuttavia, come vedremo in seguito, il ruolo tutt’altro che marginale dei complessi bandistici contribuisce al successo del ceto che l’ha scritturato.