Preparativi

I PREPARATIVI DELLA FESTA

Prima di passare alla descrizione dei ceti, è fondamentale descrivere cosa succede nelle fasi di preparazione della festa, per l’importanza in ambito etnomusicologico che i ritmi dei tamburi assumono in questo contesto. Sono i tammurinara a scandire ed investire l’ordine dei cortei, con veri e propri simboli sonori. Attraverso la componente acustica, come vedremo, i deputati dei ceti ribadiscono la propria posizione sociale nella comunità.

Baserò la mia descrizione principalmente sullo studio antropologico condotto da Pasqualino-Vibaek, minuzioso e completo nell’analisi del sistema sociale e simbolico, che sta alla base dell’organizzazione della festa di santa Croce.

La preparazione della festa di santa Croce inizia la domenica di Pasqua. Fin dalla mattina, la statua della Madonna e quella di Cristo risorto si sono incontrate davanti alle chiese principali della città. Davanti a queste chiese sono costruiti degli archi con travi ricoperte da fronde di alloro e decorate con pani a forma di ciambella. Sotto questi archi avvengono gli incontri fra Gesù e la Madonna. Dopo l’ultimo incontro, che ha luogo fra i due archi che stanno davanti al duomo nella piazza principale, quando si dilegua il suono dei mortaretti, sparati come ultimo saluto, al momento in cui le due statue entrano definitivamente nel duomo, si sentono i tamburi dei quattro ceti che suonano il ritmo del tataratà  (Pasqualino 1981: 169 ).

In realtà, come vedremo in seguito, i  tammurina non suonano il ritmo del Tataratà. Le formule ritmiche impiegate sono due: una comune ai tre ceti Celibi, Pecorai e Borgesi che, per convenzione da ora in poi chiamerò ritmo dei tre ceti; l’altra esclusiva del ceto Maestranza, che chiamerò ritmo della maestranza[7]. Tranne Bonanzinga e Di Giovanni, gli autori che si sono occupati di questo aspetto della festa, hanno tralasciato questa distinzione, a mio parere importante, per la funzione simbolica che la musica assume in questo contesto.

I quattro gruppi sociali iniziano a sfilare in corteo ogni domenica pomeriggio, a partire dalla domenica di Pasqua fino a Santa Croce. Da qualche anno, eccezionalmente, per la pesante crisi economica, il corteo domenicale si è fatto soltanto una domenica sì e una no.  I percorsi della sfilata variano di anno in anno e da ceto a ceto, secondo la collocazione delle abitazioni del cassiere [amministratore del ceto] e del paliante [portatore de palio, simbolo del ceto]. Ogni corteo viene accompagnato da un proprio tammurinaru che suona durante tutto il percorso.

Di pomeriggio, verso le quattro, i membri dei vari ceti s’incontrano nella casa dell’amministratore del ceto, il cassiere. Qui si beve a spese del comitato: vino, gassose, birra, e i presenti cominciano a pagare la deputazione, cioè la quota sociale. Dopo mezz’ora ci si alza, il tamburo suona il ritmo di santa Croce, tutti si levano le coppole, gridano: “viva santa Croce!”, e proseguono a suon di tamburo fino alla casa del paliante. Qui si beve di nuovo, questa volta a spese del paliante, e si ripete la stessa cerimonia col rullo del tamburo e grido di “viva santa Croce” (Pasqualino 1981: 169).

Durante le soste per il rinfresco, cioè nelle abitazioni del cassiere e del paliante, che delimitano il percorso del corteo, vengono imbanditi ricchi banchetti a base di bevende e dolci. I presenti  assistono al “rituale” del brindisi. Vengono improvvisati brevi componimenti poetici, che culminano tra gli applausi dei presenti, le risa e il suono assordante del tamburo. L’acclamazione che ricorre frequentemente, comune a tutti i ceti, è costituita dalla proposta di un solista che grida “a tutti li vuci” seguita dalla risposta dei partecipanti in coro “viva santa Cruci”, rullo di tamburo e applausi.

Dall’abitazione del paliante il corteo ritorna in quella del cassiere, riprendendo il giro inverso che solitamente passa attraverso le vie principali della città. Qui il comitato e molti degli altri della deputazione entrano e bevono ancora, dandosi appuntamento per la domenica seguente. Ogni domenica, le azioni, il tempo, i cortei e i percorsi, rimangono praticamente invariati. Ad eccezione della domenica antecedente la festa vera e propria, nella quale si può assistere ad una manifestazione del tutto particolare: la gara di tammurina[8].

IL GIOVEDì

     Solo da poco è entrato a far parte del tempo della festa, da quando, cioè, i maestri hanno deciso di dare luogo in questo giorno alla loro asta per l’acquisizione dei posti d’onore nella cavalcata del sabato, permettendo alla gente di assistere più facilmente alle aste degli altri ceti, che si svolgeranno il giorno successivo.

     L’asta ha logo davanti la sede-circolo del ceto, in Corso Umberto, e serve a vendere i posti del primo cavallo dietro le giumente, che precedono nella cavalcata, e dell’ultimo posto.

Mentre i posti fra questi compresi hanno un costo fisso e l’ordine di sfilata dei cavalieri viene stabilito mediante sorteggio.      Subito dopo l’asta, il ceto delle maestranze offre a tutti i presenti un assortitissimo buffet (Taibi: 64).