La Santa Croce

Secondo un’antica leggenda, tramandata oralmente e raccolta da Gaetano Di Giovanni:

narrasi che una vacca pascolante con altre nelle prossime terre occidentali di Vaccarizzo, inosservata, si allontanava, dirigendosi verso est, e arrivata nel mezzo della campagna di Chiuddia, nel pianerottolo nord-est dall’alto quadrivio della terrazza, mettevasi in ginocchio. Ciò successe in vari giorni, onde accortisene i passanti e i pastori della mandra, si diedero curiosi a scavare lì sotto, e trovarono, maravigliati, la Croce sudetta (Di Giovanni  1902: 13).

Numerosi studiosi nel corso degli anni si sono occupati della Croce e della esegesi delle incisioni in essa riportate. È opinione diffusa che la Croce abbia origini antiche e che risalga addirittura al periodo paleocristiano, la questione è però controversa. Per gli approfondimenti si rimanda all’opuscolo di Francesco Lo Verde La Croce Paleocristiana e il Tataratà di Casteltermini (1986-2003); e Una Croce nella leggenda e nella storia (1989) di Giuseppe Schifanella.

La Croce sopra descritta da Di Giovanni, viene custodita ancora oggi, nell’Eremo di santa Croce a Casteltermini. Essa, costruita in legno di quercia, presenta una costruzione estremamente semplificata e un aspetto piuttosto rustico. Il braccio verticale (stipite) misura 3,49 metri; quello orizzontale (patibolo) 2,05 metri. Nel 1667, come storicamente documentato, sono state incise delle iscrizioni di carattere religioso su entrambe le assi sia sul davanti che sul retro (Lo Verde 2003:7).

Eremo di santa Croce – Casteltermini (AG)


La Croce lignea che dà  il nome alla festa

        In ordine cronologico, il primo a fornire documenti scritti sulla Croce fu il canonico Giuseppe Lo Bue (1807 – 1888). In un manoscritto posseduto da Di Giovanni Supplimento di cose patrie, di scritture e notizie intorno a Casteltermini  (Di Giovanni 1902: XI), fornisce una descrizione ben dettagliata della Croce e il primo tentativo di interpretare le scritture incise su di essa. Ecco quanto riporta Di Giovanni della lettura effettuata dal can. Lo Bue sulla parte anteriore (la sola parte asservabile, stante la posizione sull’altare, posizione che impedisce l’osservazione del retro della Croce), «la Croce è di quercia non pulita col fusto lungo palmi 13, e colle braccia palmi 7,6» (Schifanella 1989: 10). Scrive che vi sono incise nella parte superiore le lettere I.N.R.I. e nelle braccia: ecce crucem Domini nostri Iesu Christi: fugite parte adversae, vicit leo de tribu Iuda, radix David. Alleluia, alleluia. (Ecco la Croce di nostro Signore Gesù Cristo, fuggite parti avverse, il leone della tribù di Giuda, stirpe di David, ha vinto. Sia lode al Signore, sia la lode al Signore) (Lo Bue 1986: 13).

     Nella parte inferiore I.N.R.I.; quindi un segno come un cuore e tre chiodi; e sotto P.M.H.L. (S.D.C.N.) In Anno Domini vae indi S. 1667. Faccio notare che la parentesi di (S.D.C.N.) riportata dal Dio Giovanni non risulta incisa sulla Croce (Schifanella 1989: 10).

     Lo Bue ci fornisce notizie interessanti, ma bisogna segnalare alcuni errori. In primo luogo, non notò la lettera “P” quasi cancellata dalla lesione, situata tra la “D” e la “C” ( S. D. [P] C. N.), inoltre non tenta nessuna interpretazione riguardo le otto lettere iniziali maiuscole (Schifanella 1989: 10).

     Nel 1885 Vincenzo Gaetani pubblica Trina Comunicazione, un lavoro più dettagliato ed esauriente del precedente, integrato da illustrazioni e dalle esegesi riguardanti le nove lettere maiuscole compresa la “P”.

Riporto di seguito la rappresentazione grafica della Croce, fornita da Gaetani:

Il sacerdote Gaetani pervenne alle seguenti conclusioni:

  Ritengo non essere azzardata la mia convinzione, cioè questa essere stata la Croce che servì di supplizio ai martiri della fede cristiana in quella località, e che cessata la persecuzione, anco con la distruzione della terra o città che sorgeva in quelle adiacenze, i fedeli cristiani raminghi che scamparono, raccolsero la detta Croce, e, pria di sotterrarla, vi scolpirono od incisero le sole nove lettere maiuscole. Tutte le altre lettere iniziali, crocine, iscrizioni e piccola Croce, vi furono scolpite ed aggiunte nel 1667, cioè 38 anni dopo che fu fabbricato Casteltermini, quando miracolosamente avvenne la invenzione della detta Croce. E solamente per le dette nove iniziali si alludeva non essersi saputo leggere od interpretare. Io leggo così:

Pro martyribus hujus Loci

Saeviente Decii persecutione cruce necatis

(Ai martiri di questa terra morti in Croce durante la persecuzione di Decio)

(Gaetani1885:  XIII-XIV).

        In sostanza, Gaetani ritiene che la Croce «dovette essere strumento di martirio negli anni del Signore dal 249 al 251»; sotterrata nel periodo «delle vandaliche persecuzioni di Decio», e «rinvenuta nel 1667». Dopo questa data, nello stesso punto «ove essa giaceva seppellita ed in cui poscia si costruì, per oblazioni di allora, una chiesuola ad un miglio dall’abitato, dedicata alla santa Croce di cui porta il nome» (Gaetani 1885: X).

     Nel 1902 Gaetano Di Giovanni pubblica Gli edifici sacri territoriali anteriori a Casteltermini. In questa opera, si occupa della Croce e dell’Eremo; riporta i lavori di Lo Bue e di Gaetani, ma smentisce implicitamente quanto ipotizza Gaetani circa la costruzione della chiesuola di S. Croce, ritenendo l’Eremo preesistente al ritrovamento della Croce. Difatti, nell’opuscolo citato, riporta un atto, datato 19 marzo 1676, con cui un tale Angelo Turesi lega alla chiesetta «una vitilluzza [vitellina] e nove campàni di vacche con suoi collari di legno», affinché, il ricavato della vendita, andasse in beneficio della porta della Chiesa (Di Giovanni 1902: 14).   

     Dal Gaetani in poi segue una lunga assenza di produzione letteraria su tutto ciò che riguarda la Croce in modo specifico. Bisognerà attendere il 1978, quando Lo Verde si occuperà di studiare la Croce, adottando per la prima volta il metodo scientifico della radiodatazione mediante carbonio radioattivo (C 14), ottenendo esiti sorprendenti.

Lo Verde ha prelevato un campione dallo stipite della Croce. Lo ha fatto analizzare dal rinomato Istituto Internazionale per le Ricerche Geofisiche di Pisa che, «ha condotto allo strabiliante risultato che la quercia, del cui legno è fatta la Croce, è stata recisa nell’anno 12 d.C. con una incertezza massima di appena 70 anni» (Lo Verde 2003: 15). La quercia dunque è vegetativamente morta tra il 58 a.C. e l’ 82 d.C. datazione che porta alla eccezionale conclusione che la Croce sia addirittura la più antica al mondo.

Uno strumento simbolo di fede e non di martirio, sotterrata durante il periodo delle sommosse musulmane e ritrovata nel 1667, anno in cui Don Paolino Chiarelli,  il sacerdote più anziano dei diciotto che in quell’anno operavano a Casteltermini, incise le nove lettere misteriose, a ricordo di quell’avvenimento.

Secondo Lo Verde e, con l’illustre suffragio dell’illustre paleografo prof. Paolo Collura le incisioni devono essere interpretate nel modo seguente:

 P.M.H.L.                                              Propria Manu Hoc Lignum

S.D.P.C.N.                           Sacerdos Domini Paolinus Chiarelli Notavit

in anno Do                                                          in anno Do

mini V ind.                                                         mini V ind.

1667                                                                  1667

Di sua mano questo legno il sacerdote Don Paolino Chiarelli scolpì.

(Lo Verde2003: 63).

Foto tratta da La Croce paleocristiana e il Tataratà di Casteltermini

Giuseppe Schifanella, anch’egli appassionato studioso di storia locale, tenta di dare un’altra soluzione, prendendo le distanze da tutte le tesi fino ad ora conosciute. In primo luogo, ritiene che il 1667 sia la data di nascita della Croce, dato che l’età del legno non per forza deve coincidere con quella della Croce. «è probabile che quel legno possa essere stato destinato a qualche uso, per esempio come travatura di qualche rozzo casolare di contadini o di pastori  dell’estremo lembo settentrionale della contrada che sarebbe diventata il feudo Chiuddia. Come è probabile che la quercia con la quale è fatta la Croce, in tempi remoti, possa essere stata abbattuta o sradicata da eventi atmosferici o sismici, e che sia rimasta nel Bosco per secoli come legno morto» (Schifanella 1989: 18). Inoltre, è stato sottoposto alla radiodatazione solamente un campione prelevato dallo stipite. «Un esame completo implica l’indagine su un numero maggiore di campioni prelevati tanto dallo stipite quanto dal patibolo, sia per ottenere maggior certezza statistica sull’età di tutto il legno, sia per constatare l’eventuale coincidenza di età e del legno dello stipite e del legno del patibolo».

Per quanto riguarda le incisioni, postula due interpretazioni, soffermandosi sul fatto che, nove semplici iniziali, si prestano ad assumere svariate interpretazioni. La prima, in parte concordante con quella di Lo Verde:

Propria Manu Hunc Laborem

Sacerdos Dominus Paolinus Chiarelli Navit

(Di sua mano questo lavoro il sacerdote Don Paolino Chiarelli esegui con zelo) (Schifanella 1989: 20).

L’altra interpretazione chiama in causa una seconda persona, ipotizzando, da una osservazione di Lo Verde «che qualcuno, forse un fabbro, abbia potuto aiutare il sac. Paolino Chiarelli a incidere le famose nove lettere» (Schifanella 1989: 29). Ammettendo la collaborazione di un’altra persona, ad esempio Girolamo Leone, la cui famiglia fin dalla fondazione di Casteltermini esercitò un ruolo importante nell’amministrazione dell’economia del paese, il significato delle nove lettere potrebbe essere interpretato in questo modo:

Praeclarus Magister Hieronimus Leone

Sacerdosque Dominus Paolinus Chiarelli Naverunt

(L’illustre maestro Girolamo Leone e il sacerdote Don Paolino Chiarelli fecero con zelo, nell’anno del Signore V indizione 1667)

(Schifanella 1989: 30).

     In onore della santa Croce, secondo l’opinione più diffusa tra i castelterminiesi, si celebra da tempo imprecisato, la omonima festa, di gran lunga la più importante del paese.

Oggi, la festa di santa Croce viene celebrata la penultima domenica di maggio ed inizia il venerdì della sera precedente. In antichità, Secondo le testimonianze di Gaetano Di Giovanni, pervenute a noi grazie a Fiabe novelle e racconti popolari siciliani di Giuseppe Pitrè (1881), «un tempo a tre di maggio, festa della santa Croce, e da quaranta anni in qua l’ultima domenica di maggio, sogliono gli artigiani raccogliersi quasi militarmente sotto i veri palii, ciascuno dei quali ha la sua banda musicale» (Pitrè 1881: 75). Sempre Pitrè, in Feste patronali in Sicilia ci informa che dal 1830 al 1835, i festeggiamenti furono posticipati alla quarta domenica di maggio. La data di inizio di una festa può variare per ragioni o di opportunità o di ordine climatico. Talvolta viene fatta coincidere con la domenica, per assicurare una maggiore partecipazione[3].

Nel calendario cristiano, il tre di maggio coincideva con la festa del “Crocifisso”, data nella quale la chiesa ricorda l’invenzione della Croce da parte di santa Elena, madre di Costantino[4].

I protagonisti principali indiscussi della festa sono i quattro ceti, che in passato costituivano la riproduzione della struttura sociale del paese: i Schitti (ceto celibi); i Picurara (ceto dei pastori); i Burgisi (ceto dei ricchi contadini) e i Masci (ceto degli artigiani).

La partecipazione di differenti “ceti”, “ confraternite” o “ corporazioni di mestieri” è una caratteristica tipica nelle feste popolari siciliane. Dalla prima età medievale sino al nostro secolo, le confraternite sono state la forma organizzativa più diffusa di esperienza religiosa, quella più importante di associazionismo tra i laici […], un centro fondamentale per la raccolta e la riproposta di modelli culturali, di usi e costumi del vivere quotidiano (Osbat: 1985: 99).

Oggi, nella festa del Tataratà, il valore originale dei ceti è andato perso, cioè,  i deputati che aderiscono al ceto, non necessariamente devono svolgere l’attività di artigiano, pastore o coltivatore, ma l’organizzazione di ogni ceto resta affidata a famiglie che tradizionalmente si dedicavano a quell’occupazione (Pasqualino 1981: 165).

I ceti che, un tempo costituivano raggruppamenti significativi della popolazione secondo l’attività lavorativa e la posizione sociale, probabilmente dotati di regolamentazioni interne differenti, sono oggi associazioni in larga misura equivalenti e aperte a tutti.

Gli anziani del paese, descrivono i ceti nel passato, come compartimenti stagni, nei quali ognuno si identificava in base allo stato sociale: nessuno, proveniente da una categoria professionale diversa,  poteva entrarvi a far parte. Non mancano le testimonianze che ricordano la festa di santa Croce come scenario di lotte tra i ceti. Attendevano l’occasione della festa per regolare i conti in sospeso. Spesso questi “regolamenti dei conti” sfociavano in violenza.

Secondo le testimonianza trasmesse dalla tradizione orale, in passato, altri ceti partecipavano alla festa. Oltre ai quattro sopravvissuti fino ad oggi si ricordano: li macinatura (mugnai) addetti alla produzione di farina; li jssara (i gessai) gli operai addetti all’estrazione e trasporto del gesso, per le opere di muratura; li lavuratura (i lavoratori della terra) i contadini che lavoravano con l’aratro tirato dai buoi; probabilmente anche li spatulatura (scotolatori di lino) erano considerati un ceto.

Maria Pia Cimino, riporta nel suo scritto U Tataratà ossia la festa di santa Croce a Casteltermini del 1933, la descrizione di cinque ceti: i lavuratura, i gessai e i macinatura erano scomparsi, e gli scotolatori di lino, sembrano perdere la loro connotazione sociale, per diventare quello che oggi  chiamiamo gruppo del Tataratà (Pitrè 1881: 75-77; 1899: 392-393).

L’unico ceto antico che non è scomparso del tutto, è quello dei Vurdunara (vetturali), cioè i conducenti dei muli. Per essi non si può parlare di un ceto vero e proprio, ma di “sottoceto” fuso a quello dei burgisi. Gli altri si sono estinti, rimane solo il dubbio se gli spatolatori di lino fossero in realtà gli antenati del Tataratà odierno (in quanto alcune tesi hanno confutato questa soluzione).

Fino agli anni sessanta, l’interpretazione prevalente sul  vero significato della danza, è stata quella di Pitrè, che ha interpretato il Tataratà come rievocazione di uno scontro tra saraceni e cristiani (Pitrè 1875: 74). Più recente è invece la comune interpretazione, maggiormente diffusa tra i castelterminesi, secondo la quale il Tataratà non rappresenta lo scontro tra cristiani e musulmani, bensì, la pacifica convivenza tra di essi, cioè l’inserimento naturale di un elemento rituale arabo, quale appunto la danza, nella festa cristiana da parte degli arabi convertiti.

Desideravo ringraziare innanzitutto la mia famiglia per avere prestato affettuosamente attenzione alla mia ricerca. I tammurinara Angelo Nobile, Giuseppe Nobile, Angelo Nobile (nipote) e Luigi Cordaro che hanno messo a mia disposizione materiale fotografico ed informazioni indispensabili alla faticosa realizzazione di questo lavoro. La costante ed intelligente attenzione con cui Gaetano Bellino ha curato minuziosamente la parte grafica. Gero Tortorici e Michele Rondelli hanno letto e commentato, a più riprese, la stesura provvisoria ampliando il quadro delle mie riflessioni. Nicola Palmeri, il cui aiuto è stato determinante offrendomi le sue competenze informatiche e condividendo con me intere nottate. Fabio Midulla, che mi ha offerto la sua amicizia musicale intervenendo sempre con risolutivi consigli. Grazie anche al Dr. Fulvio Galione, presidente del gruppo folcloristico del Tataratà, per avermi fornito alcune immagini fotografiche e preziosi suggerimenti bibliografici.