I CETI


I Schitti(ceto celibi).

stendardo piccolo

In ordine di sfilata il ceto Celibi  apre il corteo. È l’unico ceto che non prende il nome dal lavoro dei deputati, ma dal loro stato civile. Secondo Lo Verde, il fatto che il ceto non può essere accostato a nessuna occupazione o attività lavorativa, lascia supporre la originaria esistenza dei celibi quale sottoceto di qualcuna delle più ben definite classi sociali allora esistenti, molto probabilmente dei Burgisi (Taibi 1994: 51).

Il simbolo maggiore è un grande stendardo, altrimenti detto giglio (vedi legenda degli itinerari processionali in appendice n. 30), simile al “Maggio”, il grosso palo che, da sempre a Casteltermini, viene portato in giro durante la processione della mattina di Pasqua. Il primo di colore celeste, si conserva nella Chiesa della “Passione”, ed ha la cima adorna esclusivamente di garofani bianchi e gigli. Il secondo, invece, di dimensioni più grandi, si conserva nelle Chiesa di “Gesù e Maria”, ed ha la cima adorna di spighe e fiori di diverso colore. Il Maggio, l’albero spoglio dei suoi rami che primitivamente rappresentava il potere germinativo maschile, caratterizza ancora oggi la “Festa di li schietti”, che si svolge a Terrasini  il sabato di Pasqua (Buttitta 1978: 18).

stendardo ceto celibi

Si distingue tra le figure più importanti nell’organizzazione del ceto, quella dello stendardiere, il portatore del simbolo del ceto. Il ruolo di portastendardo si assume per promissione, cioè per voto, e si prenota molto tempo prima, come per i portatori dei simboli negli altri ceti.

Per formalizzare l’inserimento delle donne nel corteo e per abbellirlo, gli schitti hanno sdoppiato lo stendardo, aggiungendone uno più piccolo, simile, tenuto da una ragazzina […], che cammina a piedi vestita da spagnola (vedi legenda degli itinerari processionali in appendice n. 29), con scialle, fiancheggiata da altre due ragazzine, anch’esse vestite da spagnole, con mazzi di gigli bianchi in mano, le quali tengono ciascuna uno dei due nastri bianchi che scendono dallo stendardo (Pasqualino 1981: 166).

Gli altri ruoli femminili sono rappresentati dalle damigelle (vedi legenda  degli itinerari processionali in appendice n. 12). Indossano costumi secenteschi e sfilano disposte su due file ai lati della strada, subito dopo il piccolo stendardo (vedi itinerari processionali Ceto Celibi). Attualmente il ceto comprende circa 800[5] membri, ognuno di essi paga una quota sociale “ la deputazione”.

Tutti gli spostamenti dei ceti, durante i tre giorni di festa, sono accompagnati dalla propria banda musicale (vedi legenda degli itinerari processionali in appendice n. 3).


I Picurara (ceto dei pastori).

gagliardetto ceto pecorai

Il secondo ceto a sfilare in ordine è quello dei pecorai. Il ceto presenta una struttura organizzativa simile a quella dei Celibi e dei Borgesi: un comitato di membri, fra i quali si elegge un presidente e un cassiere. Quest’ultimo, al quale viene affidata la funzione amministrativa, è considerato il vero organizzatore del ceto.

Il simbolo maggiore dei Pecorai è il Palio (vedi legenda degli itinerari processionali in appendice n. 24). Esso è tenuto insieme da un pesante telaio e consiste in una raggiera di sedici raggi coperti di seta colorata, di carta dorata, di specchietti e nastri, sormontata da una specie di baldacchino e la scritta “Ceto dei Pecorai”. Al centro dei raggi c’e’ una Croce e un’altra Croce sormonta il baldacchino (Pasqualino 1981: 167). Il portatore del Palio è il paliante, che corrisponde allo stendardiere dei Celibi. Il ruolo viene assunto per promissione e (come per i portatori del simbolo maggiore degli altri ceti), richiede un grande impegno, non solo formale ma anche economico, visto che si impegna ad offrire un rinfresco ogni domenica da Pasqua a santa Croce, e più volte durante la festa.

palio pecorai

Nel corso della cavalcata, il paliante monta su una mula con una gualdrappa bianca lavorata all’uncinetto tenendo in mano il palio. Ai suoi fianchi cavalcano coloro che occuperanno la carica di paliante in futuro: a destra colui che la occuperà l’anno successivo, a sinistra colui che l’occuperà due anni dopo.

È il ceto che vanta di essere il possessore dell’ultima bifaredda, quando ancora le bande musicali non avevano sostituito questo strumento. Come ci informa Di Giovanni, l’unico suonatore di questo strumento viveva a Campofranco, ed essendo egli stesso un pastore, preferiva prestare il suo servizio al ceto cui si sentiva maggiormente legato (Di Giovanni 1980: 108).

Altro elemento caratterizzante il ceto Pecorai, è la figura dello Staddunaru (vedi legenda degli itinerari processionali in appendice n. 28), il quale, un po’ isolato, chiude la cavalcata dei Pecorai montando l’unico stallone. Le altre cavalcature sono, o almeno dovrebbero essere, soltanto giumente, o castrati.

Il posto dello Staddunaru, il posto d’onore nella cavalcata più conteso tra i cavalieri, si acquista all’asta del venerdì sera, pagando una rilevante somma di denaro. È riconoscibile perché chiude la sfilata dei Pecorai, e viene cavalcato senza né la sella né le staffe, ma solo con una pelle di pecora nera sulla groppa.  In passato era l’unico stallone di tutta la festa. Oggi altri stalloni sfilano nella processione, anche se mai tra le file dei pecorai.


I Burgisi (ceto dei ricchi contadini).

palio dei burgisi

Il terzo ceto a sfilare in ordine è quello dei Burgisi. Un tempo sfilavano dietro il ceto dei Macinatura e precedevano quello dei Vurdunara, ora annesso ai Borgesi. Esso  è infatti costituito dalla fusione di due ceti: quello dei burgisi veri e propri, cioè dei contadini benestanti, e quello dei vurdunara, i mulattieri, che in antichità rappresentavano un ceto autonomo.

     Il simbolo del ceto è simile a quello dei Pecorai ma con drappi di colore rosso, anche questo chiamato palio e portato per promissione (vedi legenda degli itinerari processionali in appendice n. 23). Le damigelle indossano lunghe gonne bianche, un corpetto di velluto nero e camicia bianca. Questo tipo di abbigliamento vuole richiamare secondo i castelterminesi quello delle contadine medievali.

paliante borgesi

I cavalieri non hanno vesti particolari, ma gareggiano nell’adornare i cavalli di ricche gualdrappe.

Alla fine del gruppo dei cavalieri viene quello dei vurdunara, tutti a cavallo di muli o asini con ricche bardature siciliane con pennacchi, ciancianeddi (campanellini), fiocchi di lana multicolori e specchietti (vedi legenda degli itinerari processionali in appendice n. 4). Coloro che li cavalcano sono spesso vestiti con quello che viene considerato il tradizionale costume siciliano, cioè un vestito di velluto scuro con pantaloni al ginocchio, calze bianche, una larga cintura rossa e un cappello a calza (Pasqualino 1981: 167).

Oggi a cavalcare i muli sono sostanzialmente giovani, che, affittano le cavalcature alla fiera della domenica mattina e decidono di vivere la festa divertendosi a montare le testarde bestie. Essi, si lanciano in una allegra e rumorosa corsa in mezzo alla folla di persone, caratterizzando in modo bizzarro il corteo dei burgisi.

Nel 1978, l’anno in cui Pasqualino realizzò l’analisi antropologica della festa di santa Croce, nel corteo dei Burgisi come ci informa lo stesso (Pasqualino: 1981: 167), trovò posto anche un corpo di majorettes. Ma l’evidente estraneità dell’allora novità americana al tema della festa, fece si che gli stessi organizzatori non riproponessero più la partecipazione, e, a seguito della deludente esperienza, venissero viste negativamente tutte le altre possibili innovazioni.


I Masci (ceto degli artigiani).

alfiere a cavallo

Il ceto delle maestranze, si differenzia dagli altri ceti per il fatto che i cavalieri cavalcano sabato invece di domenica, come fanno i Celibi, Pecorai e Borgesi. Alcuni dicono che il motivo per il quale le maestranze cavalcano il sabato e gli altri la domenica è che il ritrovamento della Croce era stato fatto da una popolazione rurale. Le maestranze si aggiunsero più tardi, dopo la fondazione di Castetermini, e non furono ammesse a cavalcare il giorno della festa, ma ebbero assegnato il giorno precedente. Altri dicono che le maestranze cavalcano prima perché sono il ceto più importante. A sostenere la superiorità di classe degli artigiani, figura per primo il Pitrè che scrive «così nelle ore pomeridiane si rifà lo spettacolo, ma i cavalieri di ieri, cioè i maestri diventan pedoni e gli onori sono a classi più modeste del popolo». Una terza opinione, diffusa tra la gente castelterminese «la grandiosa cavalcata del sabato cui partecipa da sola la Maestranza, avviene per significare che gli altri ceti, allora come oggi, si trovavano occupati nelle faccende agricole e intervenivano al pellegrinaggio nel successivo giorno di domenica» (Di Simone: 25). Che tutto ciò sia un onore o un  segno di subordinazione risulta oggi poco chiaro. Di sicuro resta il fatto che gli artigiani si differenziano dai tre ceti. Questo, sottolinea ulteriormente l’opposizione città-campagna che sottostà a tutta la festa.

gonfalone ceto maestranza

     Anche la sua organizzazione si differenzia un po’ da quella degli altri ceti. I simboli maggiori del ceto delle maestranze sono tre: un gonfalone con lo stemma della città ed uno con quello della famiglia Termini e Ferreri, fondatrice del paese. Ai due gonfaloni si aggiunge una ricca Croce metallica dorata.

     Le figure del corteo delle Maestranze sono quelle che, fra le più pregne di storia, proiettano la festa nel clima della Casteltermini feudale: sembra, infatti, che proprio alla maestranza, che vanta il titolo di Reale perché a questo autorizzata dall’allora re di Spagna e di Sicilia, sia toccato di perpetuare la tradizionale partecipazione alla festa delle autorità comunali scomparse con le leggi antifeudali del 1812 (Taibi 1994: 48).

sergente a cavallo

Oggi i tre ufficiali, assumono il ruolo per promissione, come i palianti dei burgisi e dei picurara. Tutti e tre sono vestiti in costumi del Seicento (vedi legenda degli itinerari processionali in appendice n. 1, 5, 27). Questa storicizzazione, che fa riferimento alla data di fondazione della città, è recente. Un tempo vestivano costumi militari simili a quelli contemporanei (Vedi foto).

Raffaele Grillo, riporta una descrizione significativa dei tre ufficiali «con molti riflessi di spagnolismo […]: figure ancora vive e decorative dei tempi medioevali sono i personaggi che vestono ancora costumi del tempo della corte baronale […] che dapprima dovevano indossare costumi antichi, ma che oggi, in mancanza di altro, portano divise militari» (Grillo 1961: 25).

Le damigelle indossano anch’esse costumi secenteschi e i cavalieri, diversamente dagli altri ceti, dove ognuno veste come meglio crede, i maestri hanno l’obbligo di indossare una giacca di colore scuro, pantaloni chiari, camicia bianca con cravatta scura a farfalla. Il Pitrè ci informa che in passato portavano il cappello a cilindro (Pitrè 1881: 76).

     Di recente introduzione sono le figure in costume nobiliare seicentesco del Principe Gian Vincenzo Maria Termini e Ferreri, fondatore del paese, e della sua consorte, la Principessa Maria Beccadelli Bologna e Agliata (vedi legenda degli itinerari processionali in appendice n. 25)  (Taibi 1994: 50).