Funzioni simboliche

AZIONI RITUALI E FUNZIONI SIMBOLICHE

     Per capire il vero significato della festa di santa Croce bisogna innanzitutto sezionare e analizzare i vari elementi che, attraverso un gioco di rimandi e di richiami si intrecciano e si sovrappongono assumendo diversi piani di significato. Seguendo questa traccia, una analisi completa ed approfondita sul valore assunto dai vari elementi  della festa, è stata condotta da Antonino Pasqualino e Jeanne Vibaek che nel 1978 hanno seguito la festa dall’interno.

     Secondo i due autori, distinguiamo nella festa del Tataratà quattro diversi piani di significato: il piano della religiosità cosmologica e agraria; quello della religiosità cristiana; il piano storico leggendario; il piano sociologico (Pasqualino 1981: 180).

     La partecipazione dei quattro ceti deve essere interpretata in rapporto ad una precisa realtà sociale volta a mettere in risalto l’opposizione città-campagna in una dimensione che in passato dovette essere reale, oggi  invece immaginaria.

     Da un lato i tre ceti Celibi, Pecorai e Borgesi (e finché esistevano i Macinatura) appartengono al polo campagna non solo per le loro occupazioni, anche se non più reali, ma anche perché vicini nell’ordine temporale e spaziale della processione. Essi infatti, cavalcano nello stesso giorno, la domenica. Il ceto della maestranza invece, appartiene al polo opposto, cioè quello della città e cavalca il sabato.

La caratterizzazione agreste degli schietti è messa in evidenza, oltre che dal collegamento spaziale e temporale nella cavalcata con i picurara e burgisi, da elementi simbolici, come le spighe di grano e i fiori, gigli, posti in cima allo stendardo, detto appunto giglio. Si noti che la categoria dei celibi dà il nome a un’altra festa primaverile siciliana, la festa degli schietti, che si svolge il sabato di Pasqua a Terrasini, ed è caratterizzata dalla preparazione e dal trasporto in città di un albero di maggio (Pasqualino 1981: 175).

     L’appartenenza dei tre ceti al polo campagna, dunque, può essere individuata oltre che per le loro occupazioni agricole, anche nell’organizzazione simbolica. Il Palio dei Picurara e dei Borgesi, possono essere accostati allo stendardo dei Celibi, tutti ricavati dall’albero di Maggio, simbolo del potere germinativo maschile, propiziatorio di fertilità della terra.

     Ad accomunare i tre ceti sono inoltre le sequenze ritmiche dei tamburi, i “simboli sonori”, che in passato assieme alle bifaredde fornivano i suoni caratteristici della festa. Oggi, invece, si possono ascoltare solo durante le fasi di preparazione (vedi paragrafo I preparativi). Vi sono infatti due sequenze ritmiche: una comune ai tre ceti e l’altra riservata alla maestranza.

Anche la Croce, che dà il nome alla festa, rappresenta il polo campagna per tre motivi: 1) il luogo dove sta e dal quale si finge venga la sua copia, l’Eremo, è una chiesetta in campagna; 2) si ritiene che sia stata trovata sotto terra con la intermediazione di un bove, animale che serve ai lavori agricoli; 3) la sua copia viene trasportata da un carro trainato da buoi e adorno di fiori; 4) è, lo abbiamo detto, l’quivalente di un albero di maggio. Anche se oggi i castelterminesi non lo sanno, tutti questi elementi agresti rientrano in una prassi rituale il cui senso arcaico era di propiziare il rinnovarsi delle stagioni, la fertilità dei campi e delle greggi (Pasqualino 1981: 175).

     In passato, al polo campagna sono appartenuti il ceto dei Macinatura e il Tataratà che veniva danzato dagli “spatulatura”, gli scotolatori di lino. Il gruppo si collocava al polo campagna per tre motivi: 1) l’occupazione agricola dei suoi componenti; 2) le corone di fiori che adornavano la loro fronte; 3) la danza del Tataratà, la quale è una danza con le spade, che somiglia alle danze rituali primaverili descritte in tutta Europa (Pasqualino 1981: 176-177).

     Oggi il gruppo del Tataratà, essendo costituito prevalentemente da giovani studenti del paese, occupa forse una via di mezzo tra i due poli: da un lato, infatti, gli studenti lo accostano alla città; dall’altro, invece, il colore bianco delle vesti e la danza, rispecchiando i riti pagani lo avvicinano all’ambiente agreste.

     Le maestranze appartengono al polo opposto, quello della città. I simboli maggiori sono: due gonfaloni, uno con lo stemma della città e l’altro con quello della famiglia Termini e Ferreri.

     La collocazione cittadina è sottolineata inoltre dalle figure del Capitano, dell’Alfiere e del Sergente, rappresentanti la milizia cittadina. Il capitano armato di spada, fa pensare al Capitano Giustiziere che era a capo della milizia comunale destinata ad assicurare l’ordine in tutto il territorio del paese.

All’immagine militare dei masci (artigiani), contribuisce anche il gruppo degli Sbandieratori, di recente introduzione, che attualmente risulta perfettamente integrato al ceto degli artigiani. Anche l’abbigliamento dei cavalcanti che partecipano al corteo delle maestranze hanno una connotazione cittadina: giacca scura, calzoni chiari, camicia bianca e cravatta scura a farfalla. Inoltre la sede sociale del ceto si trova in corso Umberto, vicino la piazza centrale.

     In questo contesto, lo strumento di ricongiunzione tra i due poli è rappresentato dalla cavalcata, che nel suo percorso abbraccia la città, giunge fino all’Eremo, ricollegandola alla campagna. I percorsi reali oggi sono cambiati, la cavalcata non giunge più fino all’Eremo. Il valore simbolico dell’Eremo, viene comunque assunto da due siti collocati nelle vicinanze: “La via Kennedy” e “il Bivio Valigio”. Nel primo, il venerdì vengono prelevati la Croce e la Reliquia; nel secondo, i tre ceti danno luogo (sabato e domenica), al tradizionale schiticchio, che una volta veniva fatto presso l’Eremo. Proprio lì, al termine dello schiticchio, parte il terzo giro di processione a cavalo con le torce.

Una diversa chiave di lettura degli elementi della festa di santa Croce, è quella della religiosità cristiana e della convivenza tra residui pagani da un lato e credenze cristiane dall’altro.

     Con l’avvento del cristianesimo, varie usanze e teogonie pagane convissero e si fusero con la nuova religione. Molte radici pagane rimasero vive nei villaggi, anche dopo il trionfo del cristianesimo. Basta scorrere l’immenso patrimonio di fiabe, di leggende, di racconti popolari, di usi, di credenze, di pratiche religiose, per rendersi conto di quanto ibrido  e denso di elementi non di rado antitetici al cristianesimo sia il sentimento religioso dei siciliani.

     Il fatto che la festa di santa Croce venga celebrata a maggio, è un accostamento immediato ai rituali pagani, propiziatori della primavera e della fertilità della terra, ricorrenti nello stesso mese, dedicati alla Dea Maja. Ad essa veniva offerta in sacrificio una scrofa pregna, che da allora si chiamò maiale, e da essa pare abbiano preso nome sia il mese di maggio in cui si svolgono i festeggiamenti miranti ad assicurare la fecondazione, sia i soggetti che in seguito diedero luogo ai “Maggi” (Lo Verde 2003: 72).

     Le croci presenti nella processione (quella in legno che dà il nome alla festa, e quella dorata della maestranza) sono simboli cristiani; i palii, gli stendardi, i gonfaloni e le bandiere sono simboli pagani ricavati dall’albero di maggio. Tutti elementi simbolici della fertilità e del rinnovamento delle stagioni, assieme ai gigli che adornano lo stendardo dei Celibi ed allo stallone dei Picurara che occupa il posto centrale e più prestigioso della cavalcata.

     I luoghi sacri della festa (l’Eremo, dove si conserva la Croce di legno, la Chiesa della Passione, dove si conserva lo stendardo degli schitti e la Reliquia della vera Croce, il Duomo, dove si recano i Palii, lo Stendardo e la    Reliquia, la Chiesa del Carmine, dalla quale partono le maestranze) sono luoghi sacri del culto cristiano, nei quali il clero partecipa attivamente alla festa con prediche, messe e benedizioni (Pasqualino 1981: 180).

     Una ulteriore fondamentale opposizione all’interno della festa, può essere individuata tra i due poli identità-alterità, scaturita dall’interpretazione storico leggendaria del gruppo del Tataratà come rappresentativo di un mondo lontano ed estraneo, opposto ai valori della cultura locale.

     Il significato attribuito alla danza «si pone in rapporto sia con fantasie ostili contro una cultura diversa e antagonista, sia con la ricerca di una nobile origine per la propria comunità, e dunque sempre con il problema dell’identità culturale» (Pasqualino 1981: 177).

     In Sicilia l’immagine corrente degli arabi, infatti, è legata a due opposti complessi fantastici, uno negativo e uno positivo. Infatti, come si è detto, la danza è stata interpretata sia come la rappresentazione di una scontro fra cristiani e saraceni sia come una festa di pacificazione tra i due popoli (Pasqualino 1981:177).

     Ancora dall’analisi dei simboli e dell’evoluzione della festa, è possibile mettere in evidenza la caratteristica opposizione fra i sessi, che, in modo più accentuato, era riscontrabile nella società di un tempo.

     Questa si manifestava soprattutto nell’assunzione da parte della donna del ruolo di spettatrice della festa e di destinataria delle prove di forza e di abilità cui si cimentavano gli appartenenti dell’altro sesso.

     Cambiato il rapporto fra i sessi, oggi le donne prendono parte al corteo assieme agli uomini e, a volte, anche in maniera formalizzata. Basti pensare all’introduzione del piccolo stendardo dei Celibi ed ai gruppi di ragazze in costume che aprono i cortei, oltre che degli schitti, dei Pecorai e dei Borgesi (Taibi 1994: 103).

     Ai due poli dell’opposizione maschile-femminile possono essere ricondotti tutti i simboli dei ceti. Si potrebbe riconoscere una polarizzazione che caratterizza come prevalentemente maschili quelli che precedono e chiudono il corteo e, se consideriamo fra i simboli anche lo stallone, quello in posizione mediana[10]; come prevalentemente femminili quelli che occupano le posizioni intermedie. Al primo posto infatti abbiamo lo stendardo degli schitti; e agli ultimi posti abbiamo i gonfaloni, la Croce d’oro delle maestranze, e la Croce di legno, che sono tutte strutture verticali. Nelle posizioni intermedie abbiamo i palii dei picurara e dei burgisi, che sono strutture rettangolari raggiate, adorne di nastri e specchietti, il primo dei quali precede lo stallone, mentre l’altro lo segue. I simboli si succedono dunque nel seguente ordine: giglio degli schitti, (simbolo maschile); palio dei piucurara (simbolo femminile); stallone (simbolo maschile); palio dei burgisi (simbolo femminile); gonfaloni e Croce d’oro delle maestranze, Croce di legno (simboli maschili) (Pasqualino 1981: 178).

     La tipologia dei ruoli svolti dagli individui, sia all’interno che all’esterno dei ceti, viene elaborata da Pasqualino e da Vibaek, prendendo quali punti di riferimento in primo luogo, le cause e le modalità di assunzione e, quindi, il carattere dell’azione che questi si impegnano a compiere.

     L’isotopia della situazione esistenziale e sociale, individuale o familiare, organizza tutta una varietà di ruoli che gli individui assumono fuori dei ceti o internamente a ogni ceto. Se ne può tracciare una tipologia secondo due parametri:

–         cause e modalità di assunzione del ruolo;

–         carattere dell’azione che ci si impegna a compiere.

     Dal primo punto di vista, si distinguono: 1) ruoli obbligatori e 2) ruoli volontari. Quelli obbligatori vengono assunti: 1a) per eredità familiare; 1b) per posizione sociale. Quelli volontari vengono assunti: 2a) per promissione, cioè per voto, in ringraziamento di grazia ricevuta; 2b) per volontà di porsi in mostra, senza promissione. Dal secondo punto di vista si distinguono: 1) i ruoli che impegnano a una spesa più o meno rilevante (e la somma può essere attinta alle proprie sostanze o raccolta con una colletta); 2) ruoli che impegnano un lavoro organizzativo;     3) ruoli che richiedono qualità personali di bellezza, destrezza o abilità: Beninteso molti ruoli impegnano sia a una spesa che alla dimostrazione di abilità di vario tipo (Pasqualino 1981: 178-179).

     Nella festa di santa Croce, non vi sono ruoli obbligatori assunti per eredità familiare, mentre obbligatori e riconducibili alla posizione sociale di chi li svolge sono i ruoli, tutti della vita reale del Clero, del Sindaco, dell’assessore al turismo, dei vigili urbani e dei carabinieri, i quali si impegnano a compiere un lavoro organizzativo del tutto analogo a quello che compiono quotidianamente.

     Tra i ruoli volontari assunti per promissione vanno ricordati quelli di paliante e delle famiglie che offrono ricevimenti a tutto il ceto o alla banda musicale, mentre ruoli assunti senza promissione, per il solo desiderio di mettersi in mostra, sono quelli dei cavalieri che, ricordiamo, si impegnano ad una spesa già rilevante, per il solo mantenimento o l’affitto della cavalcatura, ma ancora maggiore nel caso sfilino in uno dei posti d’onore di cui è stato detto precedentemente (vedi pagg. 42-44).

     Alla categoria dei ruoli richiedenti qualità personali di abilità o bellezza appartengono quelli di danzatore o di tamburino nel gruppo del Tataratà e di sbandieratore o di tamburino ne maestri. “Bella presenza” è richiesta anche a coloro che, sempre nel corteo dei maestri, dovranno impersonare il Principe e la Principessa, nonché a tutte le damigelle che sfileranno in costume (Taibi 1994: 106).

     Invece, i tammurinara, che nelle domeniche da Pasqua a santa Croce, accompagnano i ceti nella questua, i bovari che guidano il carro con la replica della Croce e le bande musicali, dal momento che svolgono il loro compito solo dietro pagamento, vengono in un certo senso, considerati esterni alla festa, anche se poi spesso ne sono al centro.