Casteltermini (notizie storiche)

Tavola del territorio di Casteltermini (1830)

Casteltermini è un paese dell’entroterra siciliano in provincia di Agrigento. Il centro abitato è posto sul monte Pecoraro, a circa 550 metri sul livello del mare. Il territorio comprende una serie interminabile di colline che danno un aspetto piuttosto montuoso al paesaggio. Ha una popolazione di 8782 abitanti[1].

Il suo vasto territorio copre una superficie di 99,51 kmq e confina: a nord con l’agro di Cammarata; a sud col fiume Platani ed il territorio di Sant’Angelo Muxaro; ad est col fiume San Pietro Platani; ad ovest con il paese di San Biagio Platani.

Come vedremo in seguito si tratta di un paese storicamente giovane, anche se nel suo territorio, sono stati rinvenuti reperti archeologici molto antichi; tali reperti consistono in abitazioni trogloditiche, note meglio presso il volgo, come “grutti saracini”. Gaetano Di Giovanni, illustre storico locale, nella sua opera monumentale Notizie storiche su Casteltermini e suo territorio del 1869 scrive:

nell’agro castelterminese abbiamo considerevoli avanzi, che attestano come esso sia stato prescelto ad abitazione sin dai più remoti tempi (Di Giovanni 1869: 67).

Oltre alle sopraccitate prove di insediamenti  e reperti archeologici, sono rimaste importanti  tracce del periodo arabo, come testimoniano gli avanzi dei casali di Chidia, Cadia e Camuti.

     Secondo Francesco Lo Verde, appassionato studioso di storia locale (conosceremo di seguito i suoi studi attinenti alla santa Croce), il villaggio di Biviano, nell’omonimo feudo, è senza dubbio la zona più antica di Casteltermini. Il Di Giovanni ritiene che sia stato fondato «negli ultimi tempi della dominazione bizantina», cioè intorno all’VIII secolo (Di Giovanni 1869: 155). Del villaggio fin dai tempi del Di Giovanni restavano purtroppo solo scarse memorie consistenti in «rottami di tegoli, di mattoni e di altri oggetti fittili»; l’esistenza di tale villaggio è comunque «pienamente provata dal nome rimasto al feudo» (Di Giovanni 1869: 157).

     Altre costruzioni sono state assegnate allo stesso periodo: la Rocca della Motta e il castello della Bastiglia. La prima «di non grande mole, ma di forma elevata e circolare, ha una salita aspra e quasi impraticabile verso oriente, un’altra arrisicata e malagevole a mezzodì; il resto è tutto scosceso e tagliato a picco». Il castello della Bastiglia, conosciuto anche con il nome Fontanafredda, «sorgeva sul dorso di una collinetta in fondo alla valle» a dodici chilometri da Biviano (Di Giovanni 1869: 167). Entrambe le costruzioni, secondo il Di Giovanni, non solo nascono nello stesso periodo, ma anche con lo stesso scopo, infatti, intorno alla seconda metà dell’VIII secolo «il governo di Costantinopoli eseguiva quella generale fortificazione dell’Isola a difesa dei temuti assalti dei Musulmani, che dalla vicina Africa minacciavano poderosamente l’Isola nostra» (Di Giovanni 1869: 168).

     Intorno all’830 i Musulmani conquistarono quasi tutta la Sicilia, comprese le terre di Biviano e delle due rocche, la Motta e la Bastiglia, «quando cioè abbandonato l’assedio di Siracusa, inpadronivansi della vicina Agrigento» (Di Giovanni 1869: 172).

     Intanto si giungeva all’860, periodo di turbinose vicende tra cristiani e musulmani. Quest’ultimi si stabilirono nel territorio di Casteltermini, fondando i casali di Chidia, Cadia e Cabica (per la topografia vedi Di Giovanni alle pagine rispettivamente: 182; 185; 190). Durante questo periodo l’agro castelterminese fu sottoposto a profondi cambiamenti, la terra di Biviano, infatti, dapprima libera da coloni o presidi musulmani divenne vassalla (Di Giovanni 1869: 181). Di conseguenza tutti i beni dei cittadini vennero confiscati dai nuovi padroni, compresa la libertà di religione. I musulmani avevano una particolare avversione per la simbologia cristiana, imposero il divieto di edificare nuove chiese, proibirono perfino il suono delle campane che costituiva il «simbolo sonoro della cristianità» (Bonanzinga 2001: 371) e il trasporto della Croce. Proprio per questo erano chiamati addirittura “i nemici della Croce” (Amari 1977: 604 ).

     Nel frattempo due movimenti diversi dominavano il panorama della Sicilia musulmana: l’uno era rappresentato dallo sforzo di governarsi in forma indipendente dall’Africa; l’altro era rappresentato dalla lotta tra le due principali fazioni di Musulmani: Arabi (provenienti dall’Arabia) e Berberi (provenienti dall’Africa settentrionale).

tenevano i primi la parte settentrionale del Val di Mazara con Trapani e Palermo capitale dell’Isola, e loro sede principale; occupavano gli altri la regione meridionale dello stesso Vallo con Mazara e con Girgenti, la più importante questa delle città berbere, e come loro capitale (Di Giovanni 1869: 200).

«È probabile che questi ultimi si stabilissero prevalentemente nel sud-ovest, vicino Agrigento, ora ribattezzata Girgenti, e presto si instaurò una qualche forma di rivalità fra questa zona e Palermo. Forse questi berberi erano per la maggior parte contadini venuti in cerca di terra, mentre gli arabi erano soprattutto soldati che preferivano lasciar lavorare i cristiani per loro» (Mack Smith 1970: 11-12).

Negli anni che vanno dall’895 al 1040 la Sicilia è percorsa da continue guerre, di cui è spesso protagonista Agrigento e teatro di azione il territorio castelterminese:

e non è da dire quando i nostri villaggi, nei quali al certo vi predominava l’elemento berbero, dovettero soffrire in quei turbinosi avvenimenti; dappoichè anch’essi dovettero dapprima partecipare al nobile sforzo di emanciparsi dalla dipendenza dell’Africa […], e dappoi alle sciagurate lotte cogli Arabi del nord dell’Isola (Di Giovanni 1869: 201).

     La situazione di disordine interno tra i piccoli stati musulmani, favorì l’intervento dei cavalieri normanni che, sotto la guida del conte Ruggero, conquistarono tutta l’Isola. Nel 1087 cadeva Agrigento con i castelli e i villaggi vicini. E certamente anche Biviano e La Motta furono distrutti.

Dopo la musulmana espulsione durarono ancora i nostri casali musulmani; scarsamente abitati da qualche colonietta cristiana già in essi introdotta, «dovettero certo menare vita stentata e lenta da far prevedere una non lontana caduta» (Di Giovanni 1869: 248).

La pessima condizione delle terre castelterminesi, ormai quasi spopolate, si aggrava ulteriormente con le durezze della dominazione angioina (1266- 1282); con le guerre che da essa per più di mezzo secolo dilaniarono l’isola (1282- 1342); le turbinose fazioni civili che perdurarono per ben altri settanta anni (1342-1412); la peste che ad ogni tratto, decimando l’Europa, colpiva del pari la Sicilia, specialmente terribile quella del 1348; e infine i soprusi e le angherie baronali (Di Giovanni 1869: 305-306). È probabile che in seguito a tutti questi fatti, i pochi abitanti dei casali di Cabica, Cadia, Camuti e Motta S. Agata si siano rifugiati nella città di Sutera, esente dalle vessazioni baronali o nella vicina terra di Cammarata che si presentava assai popolata, forse per l’eccezionale buon animo dei suoi baroni (Di Giovanni 1869: 307).

Tavola del territorio di Casteltermini (1830)

Nel febbraio del 1629, il viceré Francesco Fernandez de la Queva dava al Termini e Ferreri il permesso di fondare l’Università, di fornirla di castello, di fortezze, di godervi ogni giurisdizione, di imporre e percepire dai vassalli i diritti di gabella e di dogana, al pari di tutti i baroni aventi vassallaggio (Di Giovanni 1869: 394).

Questo fenomeno sociale, molto diffuso in quel tempo in Sicilia, diede occasione di spezzare l’immenso latifondo e, iniziando il popolamento di esso, diede origine al nascere di molti comuni, che in poco tempo divennero splendide cittadine, come appunto il caso della nostra Casteltermini (Grillo 1961: 9).

L’atto di nascita ufficiale del paese risale al 5 aprile 1629, quando il Barone Giovanni Maria Termini e Ferreri ottenne la licentia populandi dal viceré  Francesco Fernandez de la Queva. In questo giorno, «assai diletto al nostro Barone perché sacro a San Vincenzo Ferreri di lui congiunto, secondo il volere del fondatore [il paese], doveva portare il bel nome di Casteltermini[2], cioè castello della famiglia Termini» (Di Giovanni 1869: 395).

La fertilità del suolo, la favorevole posizione geografica e le generose concessioni del barone, costituirono le condizioni favorevoli al popolamento di suddette terre. Cominciarono a radunarsi uomini e famiglie provenienti dai paesi circostanti (Mussomeli, Campofranco, Cammarata, Sutera).

In questo periodo i nuovi coloni fissarono una convenzione composta di 29 capitoli: i capitoli della terra, nei quali, secondo le consuetudini e le leggi del tempo, si regolava la vita della nuova Casteltermini. Inoltre, il barone fondatore riceveva dal re Filippo III il titolo di “Principe di Casteltermini”; titolo che gli consentì di far parte del parlamento siciliano.

Il paese, nel frattempo continuava nel suo progressivo ingrandimento. Ad un aumento demografico corrispondeva un ampliamento del Comune. Sorsero nuove abitazioni e vennero edificate le prime  grandi opere. Meritano di essere citate: la Chiesa dei SS. Cosma e Damiano; l’inizio dei lavori per il convento dei Cappuccini; il castello della famiglia Termini (di cui si è persa quasi completamente traccia); la Chiesa di S. Antonino; la Chiesa Madre e la Chiesa di S. Giuseppe.

Frattanto il 19 luglio 1812 si apriva il Parlamento ed in esso, mentre la nobiltà rinunciava a molti dei suoi privilegi, tra i quali l’abolizione dei feudi, si gettavano le basi della nuova Costituzione, e la Sicilia veniva divisa in ventitré distretti. Casteltermini apparteneva al XII distretto, quello del piccolo Bivona.

     Fino ai primi anni dell’Ottocento, le attività socio-economiche di Casteltermini si fondavano sull’agricoltura, sulla pastorizia e sull’artigianato. Bisognerà attendere il 1817, quando con la legge dell’11 ottobre emanata da Ferdinando I di Borbone (Di Giovanni 1869: 666), il paese ebbe il suo primo sindaco, Don Francesco Frangiamore. Grazie alla sua opera di restaurazione di alcuni pozzi d’acqua potabile, nell’abitato si crearono quelle condizioni necessarie per il sorgere delle prime attività industriali e per il miglioramento delle condizioni di vita.

     In questo contesto va anche ricordata l’importante scoperta delle miniere di zolfo (Lo Bue 1984: 430). Nasce una nuova attività lavorativa che assicurava lavoro a centinaia di operai creando una nuova classe sociale.

Furono centinaia i giovani che attirati dalla prospettiva di un pane sicuro nel loro proprio paese, trovarono immediata collocazione nell’attività solfifera, che per ben oltre un secolo accrebbe le sue larghe possibilità di lavoro e di sfruttamento del sottosuolo consolidando sempre più un nuovo tipo di economia che sembrava destinata alle migliori fortune della Sicilia (Lo Bue 1984: 430-431).

Diversi erano i ricchi giacimenti di zolfo attivi in altrettante contrade del paese, a San Giovannello, Frate Paolo, Cozzo Disi, Serralonga, Mandravecchia, Accia-Ferro, Roveto, Gallinica, Fabbrica e Manganaro.

     Da oltre un secolo e mezzo fino a tempi recenti, la vita economica e sociale del paese è stata strettamente legata all’attività estrattiva. Ma la crisi del settore minerario causò forti disagi tra gli operai castelterminesi, con conseguenti flussi di migrazione all’estero.

     La progressiva chiusura delle miniere comincia a partire dai primi decenni del novecento, quando il metodo estrattivo applicato alle miniere della Louisiana (USA) (meno costoso di quello siciliano), provocò un forte calo delle richieste ed il licenziamento di centinaia di zolfatai. Anche dopo la prima guerra mondiale,  a causa della concorrenza americana, la situazione diveniva sempre più precaria.

     L’ultima miniera castelterminese, la Cozzo Disi, cessò definitivamente la sua attività nel 1990. Da allora, il precoce pensionamento degli zolfatai che hanno goduto, in gran parte, di una rendita per le malattie professionali, rappresentano una fonte di reddito non trascurabile per la modesta economia del paese.

     Di fondamentale importanza allo sviluppo economico del paese, si ricorda inoltre l’apertura della fabbrica “Montecatini” nel 1930, per la produzione di acido solforico. Successivamente, intorno agli anni sessanta, col passaggio di gestione alla Montedison, viene abbandonata la vecchia produzione per quella di solfato di potassio. Questo assicurò l’assunzione  di centinaia di operai provenienti anche dai paesi vicini. Inoltre, per oltre mezzo secolo, l’attività economica castelterminese fu sorretta dall’antico molino-pastificio “San Giuseppe”.

     Il progressivo collasso delle attività sopraccitate, ha causato un flusso di emigrazione dei giovani in cerca di lavoro nelle regioni dell’Italia settentrionale e all’estero.

La carenza di attività lavorativa, viene oggi colmata in parte dalla “Joeplast”, industria di imballaggi flessibili in polietene. Nata nel 1979, utilizza una buona percentuale della mano d’opera locale.

L’economia del paese è sorretta in parte dall’attività agricola, pastorale, dagli stipendi del pubblico impiego e dall’artigianato. Le colture più diffuse sono quelle del grano e dell’olivo. Poche le persone che si dedicano a forme di artigianato, mentre è ancora possibile trovare pastori che producono genuini formaggi e latticini.

Ricco e vario risulta il patrimonio delle tradizioni e degli usi ancora straordinariamente inalterati, che culminano nell’imponente “festa di santa Croce” conosciuta anche come “festa del Tataratà”.

La Croce lignea che dà il nome alla festa

Il nucleo centrale della festa è essenzialmente religioso. La sua origine secondo i castelterminesi, è strettamente legata all’Eremo di santa Croce ed alla Croce che vi si conserva.